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GLI ARCHI DI PASQUA
San Biagio è un paese
dell'entroterra agrigentino, a 35 chilometri dal capoluogo,
situato sul versante di una collina che culmina in contrada
Garipi e digrada verso il Platani. Il centro storico è tagliato
in due dal corso principale, su cui convergono, in direzione
ortogonale, le altre vie dell'abitato. Le sue origini risalgono
al 1635, anno in cui Giovanni Battista Gerardi ottenne la "licentia
populandi". Gaetano Di Giovanni, nella sua opera "Notizie
storiche su Casteltermini e il suo territorio", attribuisce
a Mariano Gianguercio, nel 1648, la fondazione dell'insediamento
urbano, tenendo conto che nel "Cedolario dei feudi della
Val di Mazara", comincia proprio allora ad essere
citata la "terra di San Biagio". Ma la "licentia"
fa invece supporre che l'abitato abbia iniziato a svilupparsi
alcuni anni prima, con poche case attorno ad una piccola chiesa.
Il paese è conosciuto per le sue tradizioni popolari e per il
folklore che esalta in maniera originale alcune
ricorrenze religiose di particolare rilievo. Ma la
manifestazione più singolare che richiama ogni anno una
massiccia presenza di visitatori, è certamente quella di
Pasqua. La tradizione degli Archi, che ormai caratterizza
l'identità del comune, ha origini remote. Risale alla seconda
metà del Seicento, in epoca immediatamente successiva alla
fondazione del paese. Una tradizione secolare che si riallaccia
al significato della ricorrenza: l'evento della Resurrezione
sottolineato dall'incontro tra il Cristo e la Madonna, sotto gli
Archi di trionfo, in un tripudio di folla esultante.
La manifestazione si concretizza in una vera e propria
competizione tra due confraternite "rivalí'. Madunnara e
Signurara si confrontano in una gara di reciproco superamento.
Ma in questi ultimi decenni
la festa degli Archi di Pasqua ha avuto un'evoluzione che le ha
conferito un grande effetto spettacolare, al punto da richiamare
la curiosità degli studiosi delle tradizioni popolari che hanno
scritto pagine interessanti, ricche di documentazioni
fotografiche.
Inizialmente venivano eretti soltanto i due archi centrali, con
i telai triangolari di ferle e con gli intrecci di canne
decorati con ciambelle di pane ed orlati di arance. Ora,
partendo da questi due elementi originari, posti l'uno di fronte
all'altro davanti al sagrato della Chiesa Madre, si sviluppa nei
due sensi per un lungo tratto del corso principale, una
scenografia che si conclude con i due prospetti di accesso.
L'uno e l'altro riproducono opere architettoniche spesso
realmente esistenti. Ma
la bravura degli esecutori si manifesta nell'attenta ricerca dei
particolari, nella tecnica raffinata che esalta persino i
dettagli dai singolari effetti plastici e figurativi. Cupole,
campanili, volte, rosoni, fatti di canne e di salice, originali
lampadari - le nimpe-realizzati con datteri, fontane zampillanti
con, al centro, veri e propri monumenti di grande efficacia
comunicativa, mosaici raffiguranti episodi evangelici, creati
con i prodotti offerti dalla natura. E poi il pane, che assume
forme di notevole forza espressiva e costituisce l'elemento
essenziale dell'addobbo. La preparazione dura almeno due mesi e
coinvolge artigiani, casalinghe, operai e professionisti.
Giovani e anziani, tutti animati da un impegno collettivo, ma
schierati su fronti contrapposti. Una competizione però solo
apparente, perché il giorno di Pasqua la conflittualità si
attenua e scompare del tutto per lasciare il posto alla comune
soddisfazione di avere ancora una volta risposto alle attese dei
visitatori. La Festa degli Archi di Pasqua di San Biagio, per la
sua peculiarità, è una delle più significative espressioni
della creatività popolare dell'Isola.
Testo di Biagio Spicola |